GLI ASCARI ITALIANI - www.charlesgarage.com

Vai ai contenuti

Menu principale:

GLI ASCARI ITALIANI

TEMATICHE > SOLDATINI


GLI ASCARI
UN MITO ITALIANO


Per chiunque si sia interessato di storia coloniale gli Ascari
(1)  rappresentano un vero e proprio mito: combattenti infaticabili, fedelissimi al Comandante e all’Italia, quale ‘emanazione’ del Comandante, sino al supremo sacrificio.
La mostra sugli Ascari di alcuni anni or sono all’Altare della Patria a Roma ebbe uno straordinario successo, ben oltre quanto sperato dagli organizzatori a conferma della profondità del mito. Le numerose fotografie ed i cimeli esposti fecero rivivere un periodo della storia nazionale ignorato dalla storiografia ufficiale e che invece fa parte di quello che un tempo si chiamava la ‘memoria collettiva’ del nostro popolo. Per qualche mese gli Ascari nelle loro uniformi bianche immacolate, con le fasce dai colori sgargianti, le Penne di falco con le sciabole europee o quelle di foggia sudanese, le lance e gli infaticabili cavallini degli altopiani sono ritornati in vita, all’interno di quell’Altare della Patria anche loro, mai sottomessi, ‘uomini liberi che autonomamente hanno scelto la professione delle armi e che ne accettano con serenità le possibili conseguenze(2).  

La storia ufficiale del dopoguerra li ignora così come ignora l’intera storia coloniale salvo darne una lettura parziale ed ideologica. Si tratta di un periodo storico irrimediabilmente legato al fascismo e ad esso identificato, di cui si dà una lettura storica parziale, mossa soprattutto dalla polemica politica.
Chi erano però veramente gli Ascari, da dove venivano, perché si arruolavano nell’Esercito italiano e, soprattutto, cosa li distingueva dalle altre truppe coloniali ammesso che qualcosa li distinguesse effettivamente?
Una piccolissima premessa: l’Italia entrò in Eritrea quando Roma era ancora sotto il dominio papale. L’11 marzo del 1870, sei mesi prima che i bersaglieri entrassero a Roma, gli emissari della compagnia di navigazione Rubattino acquistavano dai capi locali un piccolo porto sul Mar Rosso ed i territori adiacenti. L’Italia era entrata in Africa acquistando attraverso una compagnia di navigazione vicina al potere politico il porto di Assab. L’avventura coloniale italiana era iniziata, sia pure in sordina e senza fanfare.

Il Regio Corpo delle Truppe Coloniali d’Eritrea nasce ufficialmente nel 1889 per opera del generale Baldissera. Ogni reparto sarà distinto da uno specifico colore o gruppo di colori che compariva sul gagliardetto, sul fiocco del tarbusc (il copricapo di foggia egizianizzante tipico degli Ascari) e sulla fascia di lana portata alla vita. Il rosso ed il verde, spesso scelti per designare diversi reparti, sono ancora oggi tra i colori nazionali Eritrei, a testimonianza di una continuità ideale tra quelle truppe e la nuova Eritrea nata dal sangue di una lotta armata durata trenta anni.

In realtà truppe locali vennero immediatamente reclutate dagli addetti della Rubattino e poi utilizzati dall’Italia subentrata alla compagnia di navigazione. Alcune foto del 1885 scattate a Massaua mostrano soldati indigeni arruolati dall’Italia. Colpisce la somiglianze di quelle prime uniformi ‘spontanee’ con quelle ufficiali di pochi anni dopo e l’evidente presenza di individui provenienti da aree diverse e appartenenti a religioni diverse, identificabili da alcuni elementi caratterizzanti la propria origine etnica, religiosa o semplicemente geografica. Erano i cosiddetti ‘basci-buzuk’ (teste calde), cui i Governatori egiziani di Massaua affidavano il mantenimento dell’ordine, poi passati al servizio degli Italiani.


La totale dedizione ai Comandanti e le straordinarie caratteristiche di resistenza alle durissime condizioni ambientali superiori a quelle delle truppe nazionali convinsero le autorità militari italiane della opportunità di investire risorse materiali ed umane sulle truppe indigene. Ecco quindi il primo elemento che caratterizzerà gli Ascari: le diverse unità erano formate in maniera omogenea, inoltre l’ordinamento italiano accolse integralmente il corpus giuridico  locale, tramandato oralmente, conforme all’appartenenza religiosa ed etnica delle diverse popolazioni coinvolte.

Nel 1928, in occasione del quarantennale della fondazione, il Regio Corpo di Truppe Coloniali dell’Eritrea venne insignito della Medaglia d’oro al Valor Militare per le ‘costanti eroiche prove di salda disciplina militare, di fiero spirito guerriero, di inconcussa fedeltà ed alto valore, prodigando il proprio sangue con uno slancio ed una devozione che mai ebbero limiti. Eritrea, Somalia, Tripolitania, Cirenaica’.
Va anche ricordato che accanto al tricolore nazionale, gli Ascari ebbero l’autorizzazione di adoperare l’allora bandiera eritrea rosso e verde con lo scudo sabaudo, a riconoscimento della specifica identità eritrea.

I numerosissimi fatti d’arme cui gli Ascari parteciparono sono ricordati da splendide cartoline, che fanno la gioia dei collezionisti e rappresentano una preziosa fonte documentale circa la coesistenza di armamento di tipo occidentale e l’uso di armi della tradizione locale, come la terribile sciabola ricurva a doppio taglio, il guradé, utilizzata come una falce.
Le unità Ascari si collegavano idealmente ai grandi ufficiali italiani delle guerre coloniali: Toselli, Galliano, Hidalgo o ai grandi felini, in primis il leone degli altopiani dalla criniera scura ed ai falchi, cacciatori infallibili ed instancabili.
Alcune delle più belle tavole relative agli Ascari si devono alla matita di Paolo Caccia Dominioni, grande artista ed architetto ma anche eroico combattente d’Africa.
L’antico grido di guerra dell’Esercito italiano: Savoia! sarebbe ancora in uso, ovviamente senza alcun significato dinastico, oggi in Eritrea a testimonianza della perennità del legame esistente tra gli Ascari e l’Italia, che ha alimentato successivamente la lotta di liberazione nazionale eritrea
(3).  

Essere ufficiali degli Ascari rappresentava uno straordinario onore ma anche una prova non banale, come testimoniato più volte anche da Indro Montanelli
(4), e confermato dalle elevatissime perdite registratesi tra gli ufficiali. Innanzitutto perché gli Ascari erano utilizzati nelle missioni più pericolose, sempre all’avanguardia ed in retroguardia e poi perché gli ufficiali per poter essere riconosciuti come tali dovevano dar prova di coraggio analogo a quello dei propri sottoposti, di imparzialità assoluta, di massima resistenza al dolore ed alla fatica fisica.
Con la nascita dell’Africa Orientale Italiana (A.O.I.) si crearono nuove unità coloniali, i cui sottufficiali erano tradizionalmente eritrei, provenienti dai precedenti battaglioni Ascari. Nel ’35-’36 vennero costituite le prime unità interamente musulmane, anche per poter accogliere in maniera omogenea le truppe libiche e somale di religione islamica.

Di combattimento in combattimento l’epopea degli Ascari al servizio dell’Italia si conclude nel 1946, allorché l’Appuntato dei Carabinieri eritrei, zaptié Ali Muntaz, scioglieva l’ultima banda disperdendo i suoi uomini e smise di effettuare l’alzabandiera che aveva continuato anche alla macchia
(5).
Rimane però la lotta degli Italiani di Eritrea e degli Ascari a loro vicini negli anni bui dell’immediato dopoguerra ma questa è un’altra storia che andrebbe scritta.

Mi piace chiudere questa breve rievocazione, rinviando ad una fotografia riprodotta a pagina 76 del catalogo della mostra sugli Ascari, già citato, in cui è ritratta la famiglia del maggiore De Marchi, comandante del V° eritreo, in cui un sottoufficiale Ascari ritratto tra le donne della famiglia del maggiore tiene familiarmente la mano sulla spalla della signora De Marchi.

Raffaele De Lutio

________________________________________________________________________________________________________________________________________

1) Si tratta di una parola araba, usata sempre al plurale, che significa semplicemente soldato.
2) Ascari d’Eritrea, Vallecchi editore 2005, introduzione di Ascanio Guerriero.
3) Circostanza annnotata da un visitatore eritreo della mostra sulgli Ascari, pag. 48 della citata pubblicazione di Vallecchi.
4) Giovane tenente del XX° Eritreo, i cui ricordi della guerra di Etiopia sono riportati nel primo libro che lo fece conoscere giovanisismo dal grande pubblico.
5) La resistenza dei gruppi armati italo eritrei dopo il 1941 ha finalmente ottenuto un certo riconoscimento grazie ai recenti libri pubblicati su Amedeo Guillet e fu possible solo perché ebbero l’attiva protezione della popolazione Eritrea.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu